Verso un iperrealismo astratto
L’iperrealismo è al centro dell’opera pittorica di Andrea Ciresola ormai da 15 anni; interessato alle tracce lasciate dall’uomo soprattutto quelle dimenticate, scartate, ignorate – l’artista utilizza l’iperrealismo come strumento di indagine della realtà e del bello, come modo di guardare al paesaggio urbano, domestico, rurale con sguardo attento e curioso.
Nel 2011, Andrea Ciresola incontra Carlo D’Orta e il suo lavoro fotografico, incentrato soprattutto sulla riproduzione di paesaggi urbani su lastre di vetro. Uno dietro all’altro, i grattacieli si stagliano sulle superfici e riflettono i colori accecanti di cieli e città, diventano specchi che distorcono le immagini. La profondità di campo, scelta al momento dello scatto, fa sì che palazzi e strutture architettoniche sembrino appiattirsi a tal punto da diventare superfici astratte, campiture colorate e griglie serrate.
Agli occhi di Ciresola, questa sorta di astrazione è degna di essere s/oggetto di una riproduzione pittorical a patto però di divenire anche spazio di una sperimentazione che l’artista considera come un primo tentativo di iperrealismo astratto.
Dall’incontro con la fotografia di D’Orta nasce la serie di “Quadrimensioni’, titolo che gioca con le parole ‘quadro’ e ‘dimensioni’.
Dove il fotografo schiaccia le tre dimensioni del paesaggio urbano su un’unica lastra bidimensionale, l’artista iperrealista, attraverso la pittura, riporta le composizioni a tre dimensioni. In questo lavoro di trasformazione, Ciresola crea una realtà simile e al tempo stesso rinnovata rispetto a quella di partenza.
In questa serie, cruciale è l’impiego di pittura e scultura come complementari: spontaneo sorge il chiedersi se siano sculture dipinte oppure dipinti scolpiti.
A partire dalle fotografie di D’Orta, Ciresola studia un sistema per lacerare le immagini lungo una serie di linee direttrici e riprodurre tali tagli su lastre di acciaio che vengono poi distorte, piegate, usando le calandre, levigate e assemblate nel tentativo di ritrovare la terza dimensione.
L’assemblaggio delle lastre procede in verticale, quasi a voler ricreare gli skylines delle fotografie. La scelta è guidata da una matrice ben precisa, ovvero le numerose immagini che provengono dalla pittura futurista di Depero, Balla, Boccioni.
Alla staticità dell’acciaio, Ciresola abbina aria e vortici, in modo da ricreare architetture con ciò che sta attorno.
Questo processo, questa costruzione di un corpo, è parte preziosa di un processo quasi artigianale, preparatorio al gesto pittorico. Nelle “Quadrimensioni” è infatti ‘la pelle’ a governare il corpo: per Ciresola è la pittura che interagisce con chi guarda e l’intero processo è guidato dalla voglia di arrivare all’azione pittorica.
Una volta assemblate, le lastre sono finalmente adatte ad essere ricoperte di pelle, di pittura, una pittura che riproduce minuziosamente le composizioni fotografiche di partenza. L’intero processo di selezione dell’immagine fotografica, smembramento e ricostruzione, parte da un desiderio quasi fisico di lavorare la pelle delle sculture. Sia la lavorazione dell’acciaio, in collaborazione con un fabbro, sia la fase pittorica, che comprende la ricerca di tecniche di velature, sporcature, combinazioni di materiali per riprodurre effetti specifici, riconducono all’idea di un fare arte
non come gesto romantico, impulsivo, veloce, ma come processo, stratificazione e attesa.
Nel fare le “Quadrimensioni”, tutto contribuisce alla nascita di una pittura abitata, dal calore freddo dell’acciaio e da spazi e aria che circolano tra le varie parti di cui sono costituite.
Fotografie e sculture sono poi esposte assieme, in un gioco di risonanze in cui una si rispecchia nell’altra e viceversa, creando rimandi ed estraniamenti allo stesso tempo. Entrambe le opere beneficiano di uno sguardo rinnovato nell’eco tra l’una e l’altra.
Alice Ciresola Storica dell’arte
Bruxelles, 18 luglio 2022

















